sabato 25 marzo 2017

Dal Pollino a Bialowieza: lavorare all'estero

Ingresso al  Parco
Ogni volta che si torna in un posto che si è già visitato si teme che non possa emozionarti come la prima volta.

Inoltre si trattava della mia prima esperienza all'estero nel ruolo di accompagnatore/organizzatore/guida, con l'Associazione Inforidea con Fabrizio Bernini che accolse entusiasta la mia proposta.
Quindi l'ansia era tanta, di deludere anche i miei accompagnati. E invece...

Il gruppo
Bialowieza, patrimonio dell'Unesco, Riserva della Biosfera, Parco Nazionale non delude. I sentieri segnati, le guide professionali e preparate, la fauna e le attività umane integrate, pulito, il museo organizzato in modo impeccabile per la didattica, affidato a personale altamente competente.

L'accoglienza, anche se non calorosa come quella a cui siamo abituati è impeccabile: strutture calde, accoglienti, colazioni ricche a abbondanti. Il cibo ovviamente bisogna adattarsi ai loro gusti.

Oltre allo spettacolo di camminare in quell'ultimo lembo di foresta primigenia che copriva l'Europa fino al medioevo abbiamo avuto la fortuna (fortuna aiutata dalla competenza delle guide) di avvistare Cervi, Caprioli, Aquila Anatraia Minore, Gru, ma sopratutto l'animale "simbolo di questa terra: il Bisonte Europeo.

Una bella chiacchierata con la guida sulla "impalbabilità" della presenza della Lince. In sostanza c'è, ogni tanto si vede (lui l'ha vista una sola volta) ma la possibilità che mi mostrasse tracce, segni,  marcature era "zero".

In Autunno è il caso di tornarci. Sto già organizzando. Chiunque voglia venire mi faccia un fischio. Vestitevi bene.

Frame dal video (vedi in fondo)
Frame dal video (vedi in fondo)

La foresa
Alberi vetusti
Bisontewatching
Querce mezzomillenarie
Farnie schiantate sotto il peso dell'età
Bisontewatching alle 5 di mattina
Bisonti
Bisonti
Bisonte coperto di brina

VIDEO BISONTI


VIDEO AREA RISTRETTA



martedì 21 marzo 2017

Un Cervo a Campotenese

L"Osso"
Durante una escursione sui miei Itinerari Napoleonici a Campotenese (Morano Calabro, (CS) - P. N. Pollino), sul vecchio tracciato ferroviario della Ferrovia Calabroa Lucana mi imbatto in uno strano "osso". Si tratta ad un esame attento di un palco di cervide fortemente danneggiato dal rosicchiamento da parte dei cani, tra l'altro presenti lì vicino. 

Presenta all'estremo opposto della corona  i due monconi corrispondenti alle ramificazioni distali del palco e nessun segno di pugnali in posizione basale o mediana. Sembrerebbe quindi di capriolo fatta eccezione per la anomala lunghezza: misura infatti qualsi 35(!).  Sulla base delle mie informazioni, penso che si tratti di capriolo in quanto questa area è frequentata storicamente dalla popolazione relitta del Capriolo autoctono dell'Orsomarso  (Capreolus capreolus, Linnaeus, 1758) e non è segnalata presenza di altri cervidi.
Tornato a casa con l'aiuto di immagini e dal confronto con persone esperte, scopro con sorpresa che trattasi semplicemente di 1 fusone di 1 anno di Cervo (Cervus elaphus Linnaeus, 1758) , che caratteristicamente manca in questa fase del "pugnale" basale.
Immagine presa da un volantino a Bialowieza, la freccia indica il fusone


Chiedo informazioni ad un agente dell'ex CFS ed al Parco che confermano che fino ad oggi (marzo 2017) hanno avuto solo segnalazioni molto dubbie di cervidi con estrema confusione tra cervo, capriolo e daino (pare che ci sia qualche esemplare di questi ultimi fuggito dalla cattività). Pare inoltre che negli anni precedenti si siano visti dei cervi nell'area di Piano Ruggio che non dista molto da Campotenese.
Quindi Campotenese fino a questo momento non era compresa nell'areale del Cervo. Questa specie  con la reintroduzione avvenuta nel Pollino lucano nel 2003 non aveva ancora raggiunto i Monti di Orsomarso, probabilmente a causa della presenza negli ultimi anni del cantiere autostradale della A3, (con massicci movimenti terra, esplosioni, traffico di camion, ecc)  che ha rappresentato una grande barriera ecologica tra i due massicci del Parco.
Il capriolo invece aveva tranquillamente superato questa barriera con numerose segnalazioni nell'area nord già dai primi anni del 2000, mettendo al sicuro il capriolo autoctono dall'estinzione.

Insomma una buona notizia. Non sappiamo se si tratta di un esemplare isolato disperso o di un gruppo di cervi, maschi e femmine, ma con il cantiere A3 ormai terminato non sarà difficile per i Cervi raggingere e superare Campotenese e diffondersi nelle selvaggi valli e boschi dell'Orsomarso.

martedì 28 febbraio 2017

Scoiattolo nero: tutti credevamo di sapere tutto

Tutti sorpresi alla lettura della notizia della "scoperta" dello Scoiattolo nero.

Lo scoiattolo nero o meridionale è conosciuto da sempre nelle nostre terre. Ma non è molto comune e non è facile incontrarlo come invece succede per quello rosso anche nei parchi pubblici di grandi città del nord.
Provate a chiedere ai vostri amici di che colore sono gli scoiattoli. La maggior parte vi risponderà "rosso" o "marrone", avendo come riferimento immagini di libri e documentari prodotti da stampa del nord Italia ma sopratutto del nord Europa.

In sostanza i ricercatori(*) non hanno scoperto l'esistenza dello scoiattolo nero che era arcinoto sin dall'antichità, ma hanno scoperto che si tratta di una specie diversa da quella che vive nel resto d'Europa. Non è una differenza di poco. Basta pensare alle implicazioni emotiva questa frase "lo scoiattolo meridionale è una specie che nel mondo vive unicamente in Calabria e Basilicata" piuttosto che "lo scoiattolo meridionale è una sottospecie nera del comunissimo scoiattolo presente nell'emisfero nord, dalla Spagna fino alla costa del Oceano Pacifico settentrionale".
vedi mappa

In sintesi la specie comunemente definita scoiattolo rosso scientificamente si chiama Sciurus vulgaris e fino a prima di questo articolo il "nostro" si chiamava Sciurus vulgaris meridionalis, cioè scoiattolo rosso sottospecie meridionale. Dopo questa scoperta il nostro scoiattolo si chiama Sciurus meridionalis, cioè è una specie a sè stante. 
Sciurus vulgaris e S. meridionalis tratto da www.rossoscoiattolo.eu

Non tutti hanno chiaro il significato di "specie e di "sottospecie"

Per definire che un animale sia una specie c'è una regola in zoologia (e anche in botanica): se un individuo si può accoppiare con un esemplare dell'altro sesso e da questa accoppiamento nasce PROLE FERTILE che a sua volta può accoppiarsi e continuare quindi le generazioni si tratta di animali della "stessa specie". Se invece dall'accoppiamento NON nasce prole o se nasce prole NON fertile si tratta di individui di specie diverse.
La sottospecie non è altro che una popolazione di animali che differisce per alcuni caratteri dalla forma "tipica" ma che con questo si può incrociare e dare prole fertile (ad esempio le numerose razze di cani).

Fino ad oggi si pensava che il "nostro" fosse sottospecie, cioè "geneticamente incrociabile" con quello rosso.

Quindi non basta trovare delle differenze sulla grandezza, sul colore della pelle o degli occhi per definire una specie: potrebbero essere banali variazioni individuali o di popolazioni.

Considerando che tra uno scoiattolo nero del Pollino e il suo parente Scoiattolo rosso che vive in Abruzzo ci sono centinaia di km di distanza, capirete che ci può essere molto approssimazione su queste affermazioni. Per dire che i due scoiattoli sono della stessa specie bisognerebbe farli incontrare e sperare che si "innamorino" e poi verificare che i loro figli siano a loro volta fertili. Oggi fermo restando le rilevazioni biometriche che definiscono forma, grandezza, colore e altri caratteri di una specie, ci aiuta molto la genetica. Studiando il DNA di due esemplari si può capire immediatamente se sono fertili tra di loro, se sono di specie diverse e addirittura quanto sono diversi e da quanto tempo sono diversi.
Non c'è bisogno di essere uno scienziato per intuire che probabilmente lo scoiattolo rosso e quello nero hanno avuto in epoche lontane un antenato comune, uno scoiattolo "primitivo", da dove si sono generate le discendenze degli attuali scoiattoli, ma la genetica ci consente di capire anche da quanto tempo la parentela si è separata. Immaginate di scoprire che un un cittadino Argentino è discendente di un vostro parente emigrato e con l'anagrafe scoprite anche in che anno emigrò: la genetica permette qualcosa di simile.

Con il lavoro fatto in questa ricerca si è stabilito che il nostro scoiattolo è "molto" diverso da quello rosso, così tanto da poterlo definire una specie a se stante. Non esistono al momento prove che si possano incrociare in quanto gli areali sono separati da centinaia di km di distanza (vedi cartina). Ma se un domani si dovessero sovrapporre gli areali dovrebbero "convivere" senza avere scambi genetici. Cioè senza "fidanzamenti" tra le due specie. Ormai parlano lingue diverse, si accoppiano in momenti diversi, gli ormoni non comunicano...
Carta della distribuzione ottimizzata da Giuseppe Cosenza

Come è nata questa specie? L'ipotesi accreditata è che durante le glaciazioni popolazioni di scoiattoli e altri mammiferi siano sopravvissute nelle più calde penisole meridionali d'Europa. Con il riscaldamento del clima hanno ricolonizzato il nord Europa. Le popolazioni rifugiate negli estremi meridionali italiani, sono rimaste isolate e non hanno potuto espandersi verso nord. Così nel tempo, grazie anche all'isolamento geografico con le popolazioni del nord, nell'arco di qualche migliaio di anni lo scoiattolo meridionale si sia differenziato dal resto della popolazione europea.

Un naturalista calabrese, Armando Lucifero, aveva già descritto per primo la popolazione meridionale di scoiattoli speigando che erano di livrea esclusivamente nera e che presentavano altre caratteristiche morfologiche distinte da quelli "nordici" e lo aveva classificato come Sciurus meridionalis.
Per la Zoologia ufficiale invece era semplicemente la sottospecie meridionalis dello Sciurus vulgaris Linneo.
Si è potuto dare quindi ragione al Lucifero e in base alle regole della nomenclatura binomia scientifica ripristinare il nome da lui proposto nel 1907: Sciurus meridionalis.

Quindi per lo scoiattolo meridionale da adesso in poi si userà:  Sciurus meridionalis, Lucifero 1907

Il nome scientifico ha una regola precisa. Il primo nome indica il genere, il secondo la specie e il terzo la sottospecie. Sostituire "vulgaris" con "meridionalis" sintetizza tutto quanto abbiamo detto.

Nello studio ci sono anche alcune considerazioni di carattere conservazionistico. Lo scoiattolo presenta una distribuzione disgiunta nei principali massicci Aspromonte, Sila e Pollino. Di recente L'areale Pollino e Sila si sono ricongiunti, attraverso la Catena Costiera forse grazie alla diffusione di rimboschimenti di conifere.  Lo scoiattolo predilige le aree con pinete probabilmente sia per la disponibilità di cibo  (si nutre con piacere di semi di pino) sia per la maggiore protezione mimetica e climatica offerta dagli alberi sempreverdi, ma non disdegna i boschi di querce e faggio. Inoltre pare stia occupando vaste aree del centro Basilicata dove non era presente.
Pigne di Pino Loricato utilizzate dallo Scoiattolo Nero

Ci sono segnalazioni di Scoiattoli neri anche in Campania e in Puglia, ma dovranno verificare che si tratti dello S. meridionalis o di semplici forme melaniche dello S. vulgaris.

Ricordiamo che questa specie era anche oggetto di caccia a scopo alimentare, insieme ai ghiri, considerati delle prelibatezza da molti appassionati di selvaggina. Motivo che potrebbe averne in passato provocato una certa rarefazione oltre che alla distruzione del suo ambiente: disboscamento e incendi principalmente.

Questa scoperta ha anche delle implicazioni giuridiche per la definizione ad esempio del valore di una area dal punto di vista della tutela ambientale in un ottica internazionale. Ormai i nostri boschi non ospitano più semplicemente qualche esemplare di scoiattolo rosso ma il rarissimo ed unico scoiattolo nero meridionale.
Purtroppo molti dei boschi che ospitano questa specie sono oggetto di interesse per la produzione di biomasse per le centrali elettriche.

Giuseppe Cosenza

Itinerari consigliati.
Pollinello 
I due Castelluccio 
Timpa della Capanna

Attenzione: nessuna escursione o guida può garantire l'incontro con questo o altri animali.


*La ricerca è stata svolta dall'Università dell'Insubria con la colaborazione  di Università di Milano Bicocca, Università di Firenze, Museo La Specola, Università della Calabria, Museo di Storia Naturale della Calabria ed Orto Botanico, Cnr, Istituto per lo Studio degli Ecosistemi e dalla Società Italiana per la Storia della Fauna "G. Altobello".

Bibliografia
New endemic mammal species for Europe: Sciurus meridionalis (Rodentia, Sciuridae)
Lucas A. Wauters1,, Giovanni Amori2, Gaetano Aloise3, Spartaco Gippoliti4, Paolo Agnelli5, Andrea Galimberti6, Maurizio Casiraghi6,

Damiano Preatoni1, Adriano MartinoliHystrix


lunedì 20 febbraio 2017

2017: Torna la Giudaica a Laino Borgo

Dopo anni di abbandono questa antica manifestazione torna a vivere nel piccolo centro della Valle del Lao. Si temeva per la sua definitiva scomparsa dopo 3 secoli di rappresentazione

Per chi vuole saperne di più ho già scritto in proposito nel 2002 quindi vi rimando alla Breve Descrizione Giudaica

Una carrellata di foto che ho fatto nel 2004 la trovate a questo link: Foto giudaica di Giuseppe Cosenza
Inutile dirvi che le foto sono a disposizione ma sarebbe corretto ed educato chiederle prima e citarne l'autore.



A chi interessa, possiamo inserire la partecipazione alla Giudaica in un pacchetto soggiorno con escursioni, rafting ed altre attività

Giuseppe Cosenza
www.viaggiarenelpollino.it


giovedì 16 febbraio 2017

Da guida escursionistica a Location Manager


L'amore per la natura, la mia sensibilità per la bellezza, il giusto distacco che mi fa vedere la mia terra così com'è, senza campanilismo, mi ha portato a fare cose che mai avrei immaginato. 
Questa è una di quelle.
Con lo Scenografo Ascanio Viarigi
 Fare il Location Manager per la Stayblack Productions è stata una bellissima esperienza, piena, completa, terminata con soddisfazione e abbracci.


Pausa panino con il protagonista Francesco Amato
Non è stato facile, perchè nella nostra terra non trovi tutto ciò che serve e l'esperienza era un vero e proprio blitz, breve e chirurgico che ha richiesto un anno di preparazione.
Durante le riprese con Gwyn Sannia (produttore), Jonas Carpignano (regista) e Francesco Amato (protagonista)
Lo staff che ha lavorato a queste riprese era formato da gente molto giovane, ma con molta esperienza e professionalità. 

Preparazione del set con Daniele Beccafico (Assistente di produzione)

Lo staff del regista comunicava prevalentemente in inglese, l'accento romano dominava le comunicazioni e gli scambi di battute nello staff, tra le comparse si parlava Rom mentre quando parlavano con noi dominava il calabrese di Gioia Tauro.   Insomma una bella e allegra babilonia.

A parlare il dialetto lucano Vincenzo Cifarelli  che ha messo a disposizione la sua azienda  (provate il suo formaggio!), Francesco Caputo ed io.


Francesco Caputo (staff tecnico)
Importante è stato l'apporto di Francesco Caputo, operaio specializzato di Viggianello, capace di trovare sempre una soluzione a qualsiasi problema tecnico.




venerdì 3 febbraio 2017

Una Lince ai Piani di Pollino


Nel 2012 ricevo una mail da Alessandro Severini, con una domanda secca, una di quelle domande che ti lasciano per qualche momento perso nella nebbia dei tuoi pensieri, cercando qualcosa a cui attaccarti per rispondere: "ti risulta che ci sia la lince nel Pollino?"

Esemplare imbalsamato proveniente da magazzini di un museo del sud Italia - (tratta da vedi pubblicazione in fondo)
La mia risposta, da non addetto ai lavori, ma di semplice appassionato e frequentatore della mia montagna è di quelle con "alzata di spalle": "ufficialmente non risulta sia presente".
La mia risposta è insicura perchè influenzata anche da quanto sostenuto ad esempio da Franco Tassi e altri ricercatori, sulla possibilità che questa specie non si sia mai estinta in alcune aree dell'Appennino.
Se nutrivo qualche dubbio sull'esistenza attuale della Lince nel Pollino, di certo non ho mai condiviso opinioni che affermano che non ci sia mai stata o che si sia estinta in lontane epoche storiche.  Le testimonianze di cacciatori e viaggiatori sono numerose. Una per tutte è un vecchio articolo del 1938 su una rivista venatoria che parla con minuziosi dettagli della tecnica di caccia alla lince in Lucania.

Ma tornando alla domanda fattami non posso che rispondere: "perchè questa domanda?" La risposta: "ho trovato delle strane tracce sulla neve ai Piani di Pollino e non sono di lupo, ne di altro canide che conosco molto bene. Non si vedono le unghie che nei felini sono retrattili".
Alessandro mi manda due foto. In una delle due ha impresso la sua mano nella neve per avere un termine di paragone dimensionale.
Le impronte sembrano quelle di un felino, molto più grande di un grande gatto. Direi grandi quasi come quelle di un lupo. Per cui per quanto possano essere deformate sono comunque non compatibili con quelle di un gatto o di un lupo.

Giro le foto a 3 esperti.
Le risposte sono inequivocabili (non faccio volutamente i nomi degli esperti):
  • Il primo, del "partito dei possibilisti", riconosce senza ombra di dubbio le impronte come di lince e mi invita a fare ulteriori ricerche in proposito.
  • Il secondo, del "partito degli scettici", applica tecniche biometriche per verificare che siano realmente compatibili con le dimensioni di un animale "vero".  Addirittura dall'analisi delle foto riesce ad affermare che "probabilmente si tratta di un maschio di lince". Sottolinea l'eccezionalità del documento fotografico e la delicatezza della questione considerando che fino ad oggi non c'è evidenza oggettiva/scientifica della presenza della Lince nel Pollino.
  • Il terzo è un mio collega polacco che lavora nel Parco Nazionale di Bialowieza. Lui di linci ne vede spesso e trova spesso le impronte sulla neve. Non sa esattamente dove si trovi il Pollino, la Basilicata e la Calabria. La sua opinione è scevra da pregiudizi. La risposta è laconica: "I will say that it was lynx, for sure it is a cat family" (Io direi che è una lince, sicuramente un felino).
Giro le risposte ad Alessandro, che ha avuto l'intuizione di non guardare con superficialità quelle "strane impronte" dando per scontato che fossero di lupo o di un grosso cane. Ad entrambi crolla un castello di certezze.

Perchè ne scrivo solo oggi?  Perchè ho avuto bisogno di sfoltire quella nebbia che si imponeva sui mie pensieri. Con la lettura del libro di Francesco Mossolin, (La lince appenninica - Guerra Edizioni), e di altre fonti e testimonianze la nebbia si è diradata.

Adesso non ho più dubbi: Una lince ha attraversato i Piani di Pollino nella Primavera del 2012!

Agli scettici dico di non essere più scettici del più autorevole degli scettici.  Il Pollino non è forse quel territorio dove è sopravvissuta la Lontra, il Capriolo autoctono, il Picchio Nero, gli ultimi lupi appenninici e dove fino agli anni '70 c'erano ancora cinghiali autoctoni?
Liberatevi da pregiudizi: le impronte sono di Lince, senza ombra di dubbio!

Sono consapevole che non siano sufficienti 4 impronte sulla neve di un esemplare ad affermare che sul Pollino ci sia una popolazione stabile di Linci. Ma ho altre informazioni che fino ad oggi sono circolate solo tra addetti ai lavori e tra pochi appassionati. Datemi il tempo e ne parlerò nel prossimo post.

Giuseppe Cosenza
Francesco Mossolin - La Lince Appenninica - Guerra Edizioni










martedì 20 dicembre 2016

Il Tasso: finchè c'è bacca c'è speranza

Arillo

Torno sempre con piacere nel "mio bosco" di Tassi (Taxus baccata).  
Lo osservo sempre come se osservassi una mandria di dinosauri sopravvissuti all'estinzione.

Nonostante questo bosco si estenda per centinaia di mq con esemplari di diversa fascia di età, fino ad ora non avevo mai trovato un solo "arillo", la caratteristica bacca che contraddistingue la famiglia delle Taxaceae da tutte le altre conifere del mondo.
un grande esemplare
Sembrava che questo "grande" bosco di Tasso fosse sterile, destinato inesorabilmente e tristemente all'estinzione. L'incapacità di riprodursi forse dettata dal cambiamento delle condizioni climatiche generali, diverse da quando questa specie occupò questo remoto ed ombroso angolo del Pollino

Ma ecco la sorpresa! 
Durante la mia ultima visita dello scorso ottobre, finalmente trovo il primo arillo!


Uno solo!

Arillo
Ma forse gli altri erano già caduti al suolo perchè maturi o mangiati dagli uccelli (il frutto non è tossico a differenza delle altre parti della pianta).

Ma anche se fosse uno solo: finchè c'è bacca c'è speranza


Itinerari consigliati