domenica 30 novembre 2003

In Inghilterra... sognando l'Italia

30 Novembre 2003 _ Torquay, South Devon, United Kingdom
Sto sorseggiando annoiato la mia seconda birra, in un rumoroso e fumoso Pub, uguale a tanti altri, dove, superata la maggiore età, uomini e donne inglesi trascorrono le migliori ore della loro vita, fino alla vecchiaia. Il mio sguardo cade su un polveroso scaffale pieno di vecchi libri, di seconda mano, comprati da qualche rigattiere, allo scopo di dare un tocco “di cultura” all’ambiente.
Ne sfoglio alcuni: romanzi, gialli, racconti brevi, poesie, addirittura un manuale di zoologia e un trattato di economia. Poi un grande libro con la copertina rossa. Lo apro casualmente e, sorpresa delle sorprese, nella pagina a destra, al centro, in una grande spazio vuoto, in corsivo, un breve testo in Italiano.

"Trovommi amor del tutto disarmato

et aperta la via per gli occhi al core,

che di lagrime son fatti uscio e varco".

Leggo alcune pagine, che precedono la poesia, per conoscere l’autore e capire in quale contesto e per quale motivo viene citata. Scopro che appartengono a Petrarca, autore di mia scolastica memoria, che io non ricordavo così “romantico”. L’autore dice: “Si, quest’uomo aveva capito proprio tutto dell’amore”. Sono incredibilmente incantato da questi versi, tanto belli che, un Inglese con “farfalle nella pancia”, li preferisce ad un “Sonetto d’amore” di Shakespeare.

Comincio a fantasticare...

Mi piace pensare che li abbia letti la prima volta in Italia, durante un viaggio oltre i confini dell’Isola Britannica, viaggiando nelle valli di un Italia, fatta di monti, colline, pianure, di gente che parla, scrive, ama. Sentendo gli odori delle campagne, dei campi di grano, dei vigneti, delle mandrie e delle greggi, dei cieli blu, assolati, le notti stellate. Ascoltando il fruscio dei fiumi, dei torrenti, il canto delle cicale, il cuculo, lo stridio delle rondini, le urla nelle strade, l’organetto che suona e la madre che chiama i figli. Mi piace pensare che li abbia fissati nella sua mente, leggendoli, sotto una pergola che mitiga i raggi di agosto, con a tavola i sapori di pecorino, prosciutto, l’odore della pasta e fagioli e dell’aglio rosolato. Il vino rosso che scende nel bicchiere e che macchia la tovaglia rossa a quadri liberando aromi che profumano di nostalgia… Bevo, ma non è vino! È solo insipida birra.
Improvvisamente il suono della campana delle 23 e un drammatico urlo “Go out! Please!”, interrompono definitivamente il mio “sogno italiano”. Rimetto a posto il libro. Ingoio forzatamente le ultime gocce di liquido contenute nel mio bicchiere ed esco per strada, e mi ritrovo circondato da orde di ragazze sgraziate e seminude e ragazzi vocianti ubriachi. Così, mi avvio, sotto un cielo buio di pioggia leggera, verso una casa che non mi appartiene, in una città alla quale non appartengo.

martedì 28 ottobre 2003

Prenderti per la gola

Prenderti per la gola


Eccomi a casa finalmente solo. I bambini dalla nonna.

Sto preparando una cena che ti lascerà senza fiato. Il tavolo è apparecchiato per due. Due bicchieri per ognuno: uno per l’acqua e l’altro per il vino. Avrei dovuto metterne un altro ancora… ma con il menù di stasera il vino bianco non si combina.

Ho messo anche le candele, come si addice ad una cena romantica, per le occasioni importanti. I fiori: un mazzo di rose rosse al centro del tavolo. La musica: sono indeciso, ci vorrebbe qualcosa di lento, dolce, magari jazz. Ma dove lo prendo? Io ascolto solo musica etnica e rock. Una tarantella non mi pare proprio il caso. Però forse David Silvian potrebbe andare bene: fa un po’ di atmosfera.

Un po’ di olio di Lavanda, per profumare di fresco la stanza.

Torniamo al menù. Cominciamo con un bell’antipasto vegetariano: melanzane rosse di Rotonda alla griglia, pomodorini ripieni e funghi sott’olio. Qualche scaglia di formaggio pecorino di Moliterno. Una fetta di lardo di colonnata e lenticchie di Norcia.

Ho preparato addirittura due primi. Il primo “primo” è una tagliatella al sugo di cinghiale (rigorosamente di bracconaggio che mi ha portato un amico assessore all’ambiente del comune di Tardonio). Ci ho messo poco poco di pomodoro e una grattatina di tartufo nero dell’Irpinia. Il “secondo” invece è una bella minestra tappi e fagioli (di Sarconi) al pomodoro con peperoncino piccante. Li servirò caldi caldi, uno alla volta.

Sui secondi riprendo il cinghiale che ho cotto in umido e lo servirò insieme ai funghi porcini e peperoni di Senise. Ho messo poco aglio: salviamo l’alito. Dopo il cinghiale due pezzetti di capretto con patate di Colfiorito. Anche questo al forno, profumato con timo, origano e salvia.

Il dolce? Non ci ho pensato e comunque non avevo molto tempo. Ma una bel semifreddo al torroncino non sarebbe stato male. Però ho preso il gelato fatto in casa qui alla pasticceria. E poi troppi dolci fanno ingrassare… anche se un bel dolce con mele, noci, miele e cioccolato…

Il caffè? si alla fine un bel caffè… per rilassarmi.

Quando arriverai, ti farò accomodare al tuo posto, ti verserò un bicchiere di vino e mentre sarai lì lì per aprire bocca e lamentarti su come ho disposte le stoviglie sul tavolo… prima che cominci a chiedermi che schifezze ho preparato… prima ancora che tu dica che i fiori sono un inutile spreco… che odi il profumo di lavanda… che non c’è nulla da festeggiare… che è da pazzi cucinare tutta questa roba… che la carne non ti piace… che i fagioli fanno male…che la pasta ingrassa… che il vino ubriaca… ti passerò alle spalle… ti prenderò per la gola e stringerò forte forte… finchè sentirò il tuo ultimo respiro, il tuo cuore dare l’ultimo “toc”.

E finalmente non dirai una parola… e potrò mangiare quello che mi pare!

Il Cigno

Un giorno un cigno volò raso sui tetti del villaggio.
Il barista uscì dal Bar e guardando in su disse: guardate sembra un… un…
Tutti gli avventori seguirono il suo sguardo e cominciò un dibattito su quanto pesasse, da dove venisse, ma soprattutto cosa fosse.
Il bambino sorridendo disse: è bianco.
La bambina rispose: no! è bello.
Il Contadino asciugandosi il sudore disse: sembra un angelo.
Il Prete disse: è la prova dell’esistenza di Dio.
La Massaia disse: avrà fame.
La Madre disse: sta cercando i suoi figli
Il Padre disse: sta cercando dove costruire il suo nido
L’autista ne approfittò per fermarsi a pisciare e lo guardò senza dire nulla.
Il barbiere disse: no, non porta sventura.
Il vecchio disse: io ne ho visti anche più grandi.
Lo scemo del villaggio gridò sulla piazza: è un cigno, è un cigno.
Il cacciatore disse: non so cosa sia, da dove venga e dove vada, se sia creatura del diavolo o porti buona sorte, se serva a qualcuno qui o altrove, a malapena ne percepisco i colori, la sagoma, il verso… ma di una cosa sono assolutamente certo: È MIO!

sabato 25 ottobre 2003

Der Tag Des Donners




Siamo partiti dalla terra del ghiaccio e della neve, dove d’estate il sole illumina anche la notte.
Abbiamo viaggiato attraverso la terra dove corrono i Bisonti e soffia la Borea (1). Abbiamo viaggiato tra le valli e i monti di questo paese caldo e solare che chiamano Italia.
I nostri antenati hanno vagato come bestie nelle pianure del Nord cacciando Uri e Bisonti (2), sfuggendo alle tempeste, patendo la neve per molti mesi l’anno e mangiando carne secca e cruda.
Per troppi anni siamo stati chiamati Barbari a causa delle nostre Lunghe Barbe bionde (3), insultati di essere sporchi e di puzzare come Ziegenbock (4). Per troppi anni abbiamo difeso i confini dell’Impero, come carne da macello, tra le Legioni Romane, gli Schiavi (5) e gli Avari(6) dell’Est, senza goderne le ricchezze. Per troppi anni ci hanno detto che i nostri Dei erano falsi. Ma se Wodan (7) non avesse voluto non saremmo qua.
Adesso abbiamo superato il Wald (8) e davanti a noi c’è il Paradiso: orti ricchi di frutta, fiumi tiepidi che non gelano mai, Stainberga (9) scaldate dalla legna delle montagne. Questo è il Paradiso che Wodan non può averci negato.
Abbiamo sacrificato sia a Wodan che al Dio dei Romani i nostri bianchi Tori (10) migliori. E Il Dio dei Romani non ci ha fermato. Non ci fermerà perché il nostro è stato un lungo viaggio. Se siamo passati sul fiume di Roma, ci lascerà passare anche sul Lao. Siamo giunti fin qua per dominare questi popoli e lo faremo. Se non ci fermeranno le croci dei Cristiani, vuol dire che il loro Dio ci ha eletti per dominarli.
Pianteremo il nostro albero sulla piazza di ogni villaggio, avremo tutti Stainberga da abitare, Zimma (11) per i nostri animali, una Land (12) da coltivare. Ogni uomo avrà donne scure e dai capelli neri come la notte. Le donne avranno un marito che lavorerà per loro.
Se necessario stermineremo chiunque tenterà di fermarci. Muoveremo guerra e il sangue scorrerà. La terra sarà ancora più fertile dopo che avrà accolto il nostro e il loro sangue.
Quando la nebbia si sarà diradata usciremo dal Wald e scenderemo nella Vallis Laini (13) come tempesta di fuoco, veloci come il vento, con la furia di una tormenta di grandine.
Combatteremo e vinceremo perché oggi è Donnerstag (14): il Giorno del Tuono!!!!

Note

Racconto liberamente ispirato alla canzone “Immigrant Song” dei “Led Zeppelin”. Se ne consiglia l’ascolto leggendo)
Consulenza linguistica di Susanne Wald


Glossario
1. Borea = vento del nord diventato poi "Voria" nel nostro dialetto.
2. Le pianure del Nord Europa erano popolate da mandrie di Bisonti e Buoi selvatici (Uro). Quest’ultimo estinto ufficialmente nel 1627 in Polonia.
3. Longobardo = nome attribuito a questo popolo (Winnili) probabilmente per l’usanza di portare lunghe barbe. 4. Ziegenbock = caprone, forse ha dato origine al nostro “Zìmmaro”.
5. Schiavi= Schiavoni o Slavi.
6. Avari = Popolazione di origine mongolica, come gli Unni di Attila, spinsero le popolazioni germaniche verso Ovest. Quest’ultime spesso utilizzate dall’Impero Romano come alleati per difendere i confini esterni.
7. Wodan = Odino, principale divinità germanica. I Longobardi convertiti dal Paganesimo all’Arianesimo hanno per anni mantenuto tradizioni religiose germaniche, combattuti tra la conservazione della loro cultura e la conversione al Cristianesimo.
8. Wald = dal germanico Foresta. Derivano da Wald alcuni toponimi come Galdo, Gaudo, Gualdo. Guarda caso proprio tra Castelluccio Sup. e la località Galdo di Lauria esiste anche il toponimo Foresta.
9. Stainberga = dal Longobardo Stain=pietra e Berga=casa. Ha dato origine al termine italiano Stamberga. Evidentemente le case in pietra non erano comuni tra i popoli nomadi se era necessario specificarne il materiale di costruzione.
10. Le attuali razze bovine Podoliche comuni in Italia sono state portate in Italia dai Longobardi (Podolia= regione storica dell’Est Europeo)
11. Zimma = nel nostro dialetto indica una stanza usata per l’allevamento di animali. Deriva probabilmente dal Germanico Zimmer.
12. Land = Terra, terreno. "Auf der land" in tedesco significa “in campagna” e suona proprio come il nostro “’nda landa” cioè “fuori nei campi”, intendendo i terreni non prossimali all’abitazione dell’agricoltore.
13. Laino, nella Valle del Mercure-Lao, fu Gastaldato Longobardo cioè sede di un funzionariato del Regno Longobardo.
14. Donnerstag= Giovedì, letteralmente Donner=tuono e Tag=giorno. Donar è Thor “Dio del tuono”

martedì 10 giugno 2003

Il "Maggio" di Accettura

Parto da San Costantino Albanese per Accettura attraversando una Basilicata molto diversa dalla quella che abitualmente frequento: le fiumare, i calanchi, gli arbusti bassi, il sole che brucia anche la mattina presto, le colline pressoché deserte di case e di gente, i pochi alberi a memoria delle foreste che furono. Osservo questa terra che sembra così ingrata verso i suoi abitanti, ma penso anche quanto poco siamo stati gentili con lei per meritarci trattamenti migliori.
Così quando arrivo presso Stigliano il paesaggio torna ad essere fresco e familiare: i boschi di Roverella, Farnia, Farnetto e Cerro, il tripudio delle querce. Saliamo verso il Bosco di Gallipoli-Cognato e seguendo un corteo di gente, che sa dove andare e cosa fare. penetriamo la selva, via via sempre più fitta e selvaggia. Stanno cercando un "Frusci" così chiamano in dialetto l'Agrifoglio (Ilex aquifolium), una pianta bella, verde, primitiva e rara: sembra quasi che solo in Basilicata tenacemente resistita ai cambiamenti climatici ed al naturale corso dell?evoluzione, che vuole sempre l'affermazione dei 'nuovi'.
Trovato il maestoso esemplare di Agrifoglio, inizia l'abbattimento rapido e senza indugi e senza ritualità della 'Cima'. Nel frattempo alcune persone si preparano dei bastoni con poche fronde, le 'Mazze', una sorta di vessillo vegetale raffigurante in miniatura la 'Cima', e le 'Croccette' che rappresentano in piccolo la 'Croccia', un rude attrezzo utilizzato per coadiuvare il trasporto della 'Cima'. Sulla strada più larga e comoda la 'Cima' viene trasportata con l'ausilio delle 'Varre', robusti pali, che infilati sotto, fungono da portantina. Comincia così il viaggio veloce e faticoso, accompagnato dalle piccole bande di 'Musica Bassa' verso Accettura. Dapprima in salita, tra la vegetazione intricata ed infine lungo l'agevole strada sterrata che offre un panorama mozzafiato sulle Dolomiti Lucane.
Il tutto avviene con urla, canti, suoni di strumenti a fiato e percussioni, ma senza mortaretti. Sembra di essere nel bel mezzo di un rito di esorcizzazione della foresta. Sembra che si voglia domare la bestia che i boschi nascondono, catturarla, portarla via, addomesticarla, dimostrare che i remoti accessi della montagna non rappresentano un pericolo per questo popolo di montanari. Arrivati in paese il corteo che nel frattempo è cresciuto numeroso, soprattutto di giovani, si avventura su alcune strade del paese sempre fortemente sostenute dal ritmo delle percussioni, ballando, urlando, correndo, con le magliette completamente 'strazzate'. Sembra di assistere ad un rito di iniziazione giovanile, terminato con successo. In piazza la 'Cima' viene innalzata temporaneamente e moti giovani salgono sulla chioma con la bramosia di un cavaliere che non vede l'ora di domare il suo stallone. Nel frattempo raggiunge l'abitato anche il 'Majo', un colossale albero di Cerro trascinato da decine di coppie di buoi. I buoi, aggiogati, vengono disposti lungo il tronco, ed uniti a quest'ultimo con una catena. L'albero è rivolto con la parte sommitale in avanti in modo da fare meno attrito possibile. Gli animali vengono trattati con una violenza inaudita, qualche volta anche gratuita, per indurli ad una fatica titanica. Spesso si osservano persone a dorso di bue seguire il trasporto. Qua e là vengono distribuite le tipiche 'zeppole' fatte in casa.
Da non perdere i 'Canti a Zampogna'. Non appena una zampogna inizia la sua armonica nenia, vecchi e giovano si avvicinano, intonando strofe di saluto, di amore, di augurio e di sbeffeggiamento. La festa del 'Majo' è dedicata a San Giuliano, santo dalla controversa storia personale, cacciatore, guerriero, patricida, dall'indole violenta, esempio di redenzione: non poteva esserci santo più adatto per questa festa caratterizzata da una fortissima tensione emotiva. Sull'elmo tre penne che sembrano ricordare le immagini dei guerrieri lucani di Paestum. L'arrivo del 'Majo' e della 'Cima' in paese avviene il giorno di Pentecoste (quest'anno 8 Giugno, moto tardiva), mentre il taglio del Majo la Domenica precedente (Ascensione). Il martedì successivo i due giganti arborei verranno 'maritati' ed eretti nella piazza del paese.
Io purtroppo non ci sarò perché domani inizia il rito arboreo di Rotonda. Ma questa è un'altra storia.

sabato 15 febbraio 2003

Le Timpe di Pietrasasso e delle Murge

La magica e arcaica atmosfera di un paesaggio indimenticabile e dimenticato
La Geologia
L'area del Massiccio del Pollino, che comprende Timpa delle Murge, Timpa di Pietrasasso e Monte Tumbarino rappresenta una unicità geologica nell'Appennino centro-meridionale. Le particolari rocce scure, che si differenziano anche morfologicamente rispetto a quelle circostanti (spiccano nel paesaggio grazie anche alla loro minore erodibilità), sono chiamate, dalla letteratura geologica classica, Ofioliti (dal greco òphis=serpente + Lìthos=pietra, per il tipico colore verde scuro lucido). Il termine è poi divenuto più ampio, comprendendo in effetti tutte le rocce risalenti a uno stesso ambiente genetico, quello del fondo oceanico, che, come si può osservare proprio in quest'area, hanno colori differenti e vivaci, tendenti al rosso ruggine. Attualmente gli stessi materiali si ritrovano al di sotto dei grandi oceani e, più vicino a noi, nel Tirreno (nei pressi dell'arco vulcanico delle isole Eolie), dove si sta formando crosta oceanica, genericamente più sottile e di composizione diversa (più basica) di quella che si ritrova al di sotto dei continenti.
Le più affascinanti, in questa sequenza di rocce, sono sicuramente le Pillow Lavas, un termine che in inglese significa lave a cuscino, la cui forma rotondeggiante è una testimonianza del rapido raffreddamento avvenuto in corrispondenza della loro fuoriuscita da fessure sul fondo oceanico. La veloce solidificazione del magma fuso ha prodotto sulla superficie dei pillows delle zone con struttura vetrosa, amorfa (disordinata, non cristallina) e tipicamente "raggiata" verso l'interno, caratteristiche forse più difficili da osservare a occhio nudo.
Appare dunque chiara a questo punto l'interpretazione che è stata data per la genesi delle rocce che affiorano in questa zona: dei lembi dell'originaria Tetide giurassica, cioè un oceano che si è aperto circa 180 milioni di anni fa dove adesso c'è il Mediterraneo. Questi frammenti sono poi stati risollevati e trasportati dagli stessi movimenti tettonici che hanno portato alla formazione dell'Appennino.

La Vegetazione
Quest'area rappresenta una rottura sulla continuità geologica dell'Appennino Lucano, che si riflette sulla composizione del suolo e di conseguenza sulla composizione delle associazioni vegetazionali insediate.
Probabilmente un tempo doveva essere molto più estesa la copertura con boschi di Cerro (Quercus cerris) evidentemente alterato dall'attività antropica, mentre attualmente l'elemento vegetazionale più importante è l'abbondante presenza di Agrifoglio (Ilex aquifolium) con numerosi esemplari secolari che superano i 5 metri di altezza.
Questa pianta rappresenta un relitto dell'Era Terziaria e insieme al Tasso (Taxus baccata) costituiva in quell'epoca folte foreste sempreverdi che sono state decimate dalle glaciazioni e rimpiazzate successivamente dall'invasione di specie più "moderne" come il Faggio e le diverse specie di querce. Questa fascia vegetazionale particolare è stata classificata come "Colchica" dall'antico nome del Caucaso dove la vegetazione presenta ancora oggi caratteristiche analoghe. In Italia la si può ritrovare in Sicilia sulle Madonie per motivi pedoclimatici e in Sardegna a causa anche dell'isolamento geografico che non ha permesso l'insediamento del Faggio.
L'agrifoglio si presenta generalmente come un arbusto sempreverde ma può raggiungere anche i 15 metri di altezza. Presenta foglie di consistenza coriacea, sempreverde e generalmente pungenti in corrispondenza del termine della nervatura. Nelle giovani piante le foglie dei rami prossimi al terreno sono pungenti, mentre a mano a mano che si allontanano dal terreno, le foglie "ingentiliscono" riducendo il numero di spine, o mancando del tutto. Si tratta di una forma di risparmio energetico: non essendoci animali capaci di brucare le foglie più alte la specie ha evoluto questo particolare tipo di adattamento. Si tratta di una forma "primitiva" di difesa adatta a quelle specie che hanno scarsa capacità riproduttiva a causa di fattori ambientali o biologici.
L'agrifoglio è una pianta dioica, cioè esistono piante maschili e femminili. I fiori portano 4 petali bianchi: quelli maschili portano solo stami e quelle femminili solo il pistillo. Di conseguenza solo gli esemplari femminili producono bacche di intenso colore rosso.
Quest'ultima caratteristica rappresenta una vera maledizione per questa importante specie: nel periodo natalizio insieme al vischio e al pungitopo è oggetto di una intensa raccolta che deturpa notevolmente le piante e ne riduce la capacità riproduttiva.
Altri due elementi di disturbo per questa specie sono il pascolo caprino (che non si ferma davanti alle spine) e i rimboschimenti con piante alloctone. Proprio tra Timpa di Pietrasasso e Timpa delle Murge vaste aree sono state rimboschite a Pinus nigra ed altre specie che sottraggono spazio vitale all'agrifoglio. Se in passato si fossero invece praticati rimboschimenti di agrifoglio, oltre a mantenere integro il paesaggio, oggi si potrebbero utilizzare e commercializzare rametti natalizi, debitamente controllati e certificati, provenienti dai boschi artificiali.
Interessante è anche la particolare copertura lichenica delle rocce ed la cotica erbacea che uno studio approfondito potrebbe scoprire certamente qualche endemismo e/o svelare collegamenti fitogeografici interessanti.
Il Paesaggio
Si tratta di un paesaggio permeato da una atmosfera di arcana magia: l'ariosità dell'ambiente, la particolare conformazione del dicco di Timpa di Pietrassasso, i colori delle rocce laviche, le formazioni rocciose a cuscino, la vegetazione, il passaggio di numerose specie di rapaci durante le migrazioni, la prossimità alle vette del Pollino e dei centri storici e delle comunità arberesche, il senso di spaziosità del panorama circostante fanno di questo territorio un'area di notevole valore naturalistico e turistico. Speriamo che progetti di sviluppo turistico inadeguati, la costruzione selvaggia di strade e di immancabili elettrodotti (a quando uno sul Colosseo?) non ne comprometta l'integrità paesaggistica, del tutto godibile così come è adesso a piedi, a cavallo o in fuoristrada.

(Con la collaborazione della Geologa Claudia Bertoni)

venerdì 7 febbraio 2003

Il ritorno del Cervo

Questa è una delle notizie che fa piacere sentire. Nel Parco Nazionale del Pollino è stato reintrodotto il Cervo. Il Cervo (Cervus elaphus) è un mammifero della famiglia dei Cervidi. Di questa famiglia fa parte anche il Capriolo e il Daino e insieme a quella dei Bovidi (rappresentata in Italia dal Camoscio, Stambecco e Muflone) appartiene al sottordine dei Ruminanti. Le due famiglie si distinguono tra di loro per le corna (trofeo) che nei Cervidi si rinnovano ogni anno mentre nei Bovidi sono a crescita continua.

La presenza del Cervo nell’area del Pollino è testimoniata da toponimi (il Monte Cerviero nei pressi di Mormanno), da testimonianze storiche di attività venatoria, da episodi tramandati nella tradizione orale e religiosa. Una leggenda vuole che alcuni cacciatori durante una battuta sul Monte Sellaro, seguendo una Cerva raggiunsero una grotta. All’interno della grotta fu ritrovata una icona: questo ritrovamento avviò la volontà di costruire in quel posto il Santuario della Madonna delle Armi.
Purtroppo l’accanita attività venatoria, la distruzione delle foreste e la sempre più pressante attività dell’uomo hanno ridotto nei secoli lo spazio vitale delle grandi specie erbivore selvatiche.
Il Cervo in Italia si è estinto completamente, se si fa eccezione di una sparuta e particolare popolazione nel Bosco della Mesola nel Delta del Po e del Cervo Sardo (ma questa è un’altra specie) che sopravvive ancora in Sardegna sul Monte Arcosu grazie ad un’iniziativa del WWF. Del Capriolo sono sopravvissuti tre piccoli nuclei nel Gargano in Puglia, nella Tenuta Presidenziale di Castelporziano presso Roma, e sui Monti di Orsomarso nel Parco Nazionale del Pollino.
Le altre specie sono sopravvissute qua e là in varie riserve: Lo Stambecco e il Camoscio Alpino nel Parco Nazionale del Gran Paradiso (perché riserva di caccia dei Reali di Casa Savoia), il rarissimo Camoscio d’Abruzzo nel Parco Nazionale d’Abruzzo.
Attualmente la popolazione di Cervo e Capriolo in Italia si è accresciuta sensibilmente grazie ad una politica di gestione della fauna più sensata e alla nascita di aree di protezione. Nel Casentino, prima dell’istituzione del Parco il cervo fu reintrodotto ben due volte. Per ben due volte una cultura venatoria di rapina ne ha provocato nuovamente l’estinzione. L’Istituzione del Parco ha messo fine a questo autolesionante sperpero di risorse ambientali e finanziarie e, come dovrebbe negli scopi di un area protetta, favorito la diffusione del cervo anche nelle aree circostanti soggette ad attività venatoria.
Purtroppo gli animali utilizzati per i ripopolamenti provengono dal Nord Europa perché è stato completamente perduto il patrimonio genetico della popolazione italiana. Anche per il capriolo, nonostante la presenza dei tre nuclei “italici” ovunque sono stati diffusi caprioli di paesi stranieri.
La reintroduzione del Cervo sul Pollino rappresenta un atto dovuto dal punto di vista ecologico. In questo modo si aggiunge un tassello a quel quadro ecologico che dal punto di vista faunistico presenta il Pollino come un’area fortemente degradata. La presenza del Cervo contribuisce anche alla tutela di altre specie animali, come il lupo. Proprio per il lupo i grossi erbivori sono fondamentali per la sua dieta e per il mantenimento dei rapporti sociali nel branco. Infatti questo predatore in condizioni normali vive in branchi, ma se mancano le grosse prede la funzione del branco perde significato. I lupi solitari faticando a trovare cibo si avviano ad una vita “randagia” fatta di stenti. Le prede alla loro portata diventano piccoli animali, animali domestici incustoditi , discariche urbane.
Mancando lo status sociale del branco, il lupo diventa incapace di cacciare altre grosse specie, come il cinghiale, perdendo quella importante funzione di regolatore della popolazione. Inoltre la presenza del Cervo allenterà la pressione predatrice del lupo nei confronti di altre specie come il capriolo e la lepre che potranno quindi proliferare in modo più consistente. Non da meno è la possibilità che avranno altri animali, come gli avvoltoi, di potersi alimentare degli esemplari deceduti, soprattutto d’inverno quando il Pollino si spoglia della presenza di animali domestici.
Non in ultimo bisogna considerare l’aspetto ludico-ricreativo: il turismo, anche di massa, si muove volentieri verso mete dove è possibile mettere in programma la possibilità di incontrare animali selvatici. Il Cervo da questo punto di vista rappresenta un animale dalla forte valenza emotiva. L’incontro con questo animale è sempre una esperienza bella ed emozionante. Se non disturbato, come appunto dovrebbe essere in un Parco nazionale, il cervo perderà la sua (non innata) paura per l’uomo. Non sarà quindi difficile osservarlo tra qualche anno durante un’escursione, ma anche lungo le strade più trafficate.

lunedì 3 febbraio 2003

Tricarico: un tipico carnevale lucano

Ultimo baluardo della tradizione sta lasciando il passo al modernismo globalizzante.
A Carnevale le maschere di carnevale si possono suddividere in quattro tipi:

Goliardi: sono le persone che approfittano del carnevale per divertirsi ma soprattutto per divertire, per fare autoironia, dissacrare, nascondersi, per essere originali, per costruire un personaggio, ecc. In genere divertono, fanno divertire e da non sottovalutare presentano una notevole capacità "artistica" e "umoristica". C'è gente che spende decine di euro ma c'è anche chi riesce a costruirsi costumi interessanti senza spendere una lira con stracci recuperati qua e là.
Teatranti o favolisti: vestono i panni di figure fantastiche o leggendarie: briganti, fate, gnomi, principesse, puffi, personaggi dei fumetti, ecc.
"Vorrei ma non posso": sono tutti quelli che approfittano del carnevale per vestirsi e truccarsi come vorrebbero vestirsi e truccarsi tutto l'anno, ma non possono. Così si vede un proliferare di "Dark", "Metal", divise militari, mimetiche e di polizia, battaglioni in assetto da guerra, "Punk", culturisti e nudisti, senza contare quelli che rappresentano il loro desiderio di personalità non espressa, vestendosi da organi sessuali e vari accessori e attributi.
Tradizionalisti: sono quelli che all'espressione della loro personalità preferiscono vestire i panni di figure retoriche tradizionali del proprio paese e seguire le regole dettate dall'usanza contribuendo al mantenimento di bellissime e arcaiche usanze.
Così è stato a Tricarico domenica 2 Marzo. Per la festa del Carnevale si sono visti sfilare gruppi di ragazzi e adulti vestiti rigorosamente secondo un antico rituale. Ogni gruppo presenta un "Massaro", alcune "Vacche" e qualche "Toro": i secondi ornati di nastri colorati, mentre i Tori rigorosamente neri. Sfilano per le vie del paese suonando fragorosamente e con ritmo rigoroso campanacci di varie dimensioni. Il tutto pare intenda rappresentare la Transumanza che dalle pianure del mare, in Primavera, vedeva trasformare i tratturi di Tricarico in una infinita fila di bovini.
La serata è stata allietata dal concerto di Antonio Infantino e i "Tarantolati", storica formazione musicale lucana. Si possono considerare i precursori di un movimento musicale che racchiude più generi che nacque con loro negli anni '70 ma che è riuscito a raggiungere il grande pubblico solo al termine degli anni '90. Il concerto ha scaldato gli animi della piazza, anche se , con mio dispiacere e comprensione, di recente il repertorio dei Tarantolati si sposta verso ritmi e melodie che sanno sempre di meno di Lucania.
Come tradizione vuole (ma in quanti paesi si fa ancora) la festa è terminata con la bruciatura del Pupazzo di Carnevale.