lunedì 28 ottobre 2002

L'Hard Disk di Rosetta

Non so se a voi, amici computer “dipendenti”, sia mai capitato. A me si! Come cosa? Quello che vorreste non vi capitasse mai: perdere tutti i dati memorizzati nel vostro Hard Disk.
Si! A me è capitato. Certo non ho perso tutto ma molte delle cose che avevo prodotto negli ultimi tre o quattro mesi.
Che sensazione terribile.
In un centro abilitato al recupero dei dati mi hanno detto: “si può fare, se i dati sono importanti; quanto è disposto a spendere?”.
Un tonfo al cuore! Quanto sono disposto a spendere per le mie emozioni, per i mie sentimenti? Io che conservo ancora la mia prima lettera d’amore, quanto sono disposto a spendere per una foto, per una poesia, per una lettera, per la mia spicciola contabilità?

Il mio pensiero vola all’incommensurabile quantità di parole che questo fantastico mezzo elettronico ci consente di registrare, trasmettere, scambiare. Si tratta di una quantità solo fino a qualche tempo fa non immaginabile. Di fatto il computer è un estensione della nostra memoria e della nostra capacità di comunicare all’esterno i nostri pensieri. Il tutto con una notevole economia di energia. Pensate solo quanto sia facile oggi scrivere un pensiero che ci balena nella mente e trasmetterlo al nostro amico più lontano e ricevere immediatamente i suoi. Immaginate questa stessa operazione fatta appena un secolo fa o peggio un millennio fa.

Ma immaginatela tutta, seguite il viaggio della vostra missiva… ops? Il mulo si è azzoppato! Aspettiamo che arrivi il cambio…
Nel frattempo il vostro piccione viaggiatore viene sbranato da un Falco Pellegrino…

Provate solo ad immaginare quanti byte produciamo nello scrivere una lettera, comprese tutte le versioni prodotte fino alla stesura definitiva.
Il tutto tradotto in nanoscopici impulsi elettrIci: miliardi di miliardi elevati a miliardi di miliardi impulsi elettrici.

Tutto ciò che sappiamo della nostra storia deriva da testi scritti e trascritti, ma anche o soprattutto da graffiti incisi nella pietra, da geroglifici scolpiti sul granito, da segni cuneiformi su tavolette di ceramica, da codici d’inchiostro su pelle di pecora.
Pensate a ciò che ha rappresentato la Stele di Rosetta per la nostra cultura o cosa potrà dirci la decifrazione dell’epigrafe di Blanda (sito archeologico presso Tortora), scritta con un alfabeto greco-sibarita, ma in lingua indigena attualmente sconosciuta.

E noi cosa lasciamo alle nostre generazioni future? Impulsi elettrici e magnetici probabilmente illeggibili già tra qualche decennio. Cosa sapranno di me, di voi, di noi i nostri figli, nipoti, pronipoti o eventuali invasori di una civiltà extraterrestre?

Forse dobbiamo pensare a produrre, ognuno di noi, una nuova, personale, Stele di Rosetta.

Quell'anno morimmo tutti di sete...




Correva l'anno 2047
Ormai tutti i prodotti industriali non avevano nessun valore. Nessuno acquistava più cellulari, lavatrici a raggi X, orologi satellitari, computer da polso, ecc.

Inizialmente (era il 2022) i prezzi di questi prodotti salirono alle stelle, a causa della produzione contingentata. Si perché si obbligò le aziende a ridurre le produzioni del 70-80% sulla media del decennio precedente. I prezzi si impennarono. La corsa all'accaparramento dei prodotti provocò un innalzamento dei prezzi di oltre il 400%. Anche l'energia, nonostante una discreta disponibilità di energia solare ed eolica, aumentò vertiginosamente: le componenti dei macchinari erano comunque contingentati. Troppo tempo si era perso nel diffondere le fonti di energia alternative.
Il petrolio restava ancora la fonte energetica primaria, anche se ridotto e costoso, e i consumi d'acqua legati ai processi di raffreddamento dei generatori erano notevoli.

La crisi "tecnologica" della nostra civiltà era legata alla scarsità d'acqua. L'acqua era diventata un bene, non prezioso, raro!

Bisognava risparmiarla in ogni campo per far si che ne restasse a sufficienza per l'agricoltura e per i consumi del potabile. Le industrie dovevano farne a meno. Chiudere!
Come dicevo all'inizio i prezzi dei beni industriali salirono alle stelle, ma successivamente anche quelli dei prodotti agricoli. Come si poteva pensare che l'agricoltura dei paesi industrializzati potesse fare a meno della tecnologia e in seguito anche dell'acqua stessa.

L'acqua stessa cominciò a costare sempre di più. Nel 2034 superò il prezzo del carburante. Poi il prezzo del carburante cominciò a scendere, così come quello dei prodotti industriali. Perché?!?! Perché non c'era più domanda. Non c'era più un economia vera. Il baratto sostituì la moneta. E a chi serviva un cellulare, un auto, un telepower? Ormai si scambiava tutto per del cibo o per acqua. Ma mentre il baratto primitivo consisteva nello scambiare merce "prodotta", qui si scambiava merce già in possesso con un pò di acqua. Svendevamo tutto. Ricordo ancora quando provai a scambiare il mio Towerlight di appena 10 anni con 50 litri di acqua, neanche depurata. Di cloro non ne parliamo: la produzione era scomparsa nel 2025. Ma a me sembrava acqua di sorgente.
Ma anche questo durò finchè a qualcuno poteva interessare un vecchio Towerligth o un auto usata. Adesso la situazione era ancora più tragica.

Osservavo dalla mia finestra le torri di petrolio ferme, le inutili strade asfaltate vuote che risalgono le cime delle montagne, i lampioni che illuminavano le campagne casa per casa, l'aeroporto pieno di carcasse di aerei, le dighe asciutte, case vuote o piene di cianfrusaglie inutili: frigoriferi, play-station, televisori, sedie a dondolo, bicchieri di cristallo, telecomandi, tamagochi, bottiglie di plastica, tisane anticellulite e centinaia di confezioni di Viagra. E tutto intorno il deserto: una landa desolata, gialla e polverosa, senza stagioni. Solo qua e là qualche macchia di fico d'india o di graminacee steppose.

Stavamo morendo di sete, ma non nel senso che non ci fosse assolutamente niente da bere, ma nel senso che nulla poteva essere prodotto senz'acqua: energia, cibo, manufatti, igiene.
Nessuno aveva voluto rinunciare al suo benessere, alle sue comodità moderne. Nessuno voleva spendere un solo euro per l'ambiente. Nessun politico volle prendere seriamente in considerazione il problema.

A nulla era servita l'istituzione di centinaia di Riserve e Parchi. Anzi si rivelarono dispendiosi baracconi che per solo progettare un ettaro di rimboschimento spendevano tanto quanto avrebbero speso per rimboschirne effettivamente 10.000. Eppure la soluzione era facile. Lo sapevano già dal XX secolo che c'era un solo modo per fermare l'effetto serra e la riduzione delle riserve d'acqua: ridurre i consumi, investire sulle fonti alternative e utilizzare i profitti per RIMBOSCHIRE, RIMBOSCHIRE, RIMBOSCHIRE!!!!!

Giuseppe Cosenza

venerdì 25 ottobre 2002

Madonna di Pollino

[youtube]http://it.youtube.com/watch?v=7XhZpf-o6uY[/youtube] L'ultima volta che andai alla Festa della Madonna del Pollino era il 1983: ricordo che in macchina ascoltai l'ultima opera dei Police "Synchronicity" appena uscito e coincidenza stamattina alla radio danno "every breath you take", brano dello stesso LP.
Da allora motivi di studio e lavoro mi hanno portato lontano da questa terra e dalle sue tradizioni.Ricordo anche però la prima volta che ci andai. Erano gli anni settanta, e come sempre era il primo fine settimana di Luglio. Allora non mi fece impressione, anzi mi sembrò fantasticamente normale, che sulle vette del Pollino e della Serra del Prete ci fossero ancora chiazze di neve che contrastavano con il verde della Primavera ormai finita.
Per me oggi è inevitabile fare confronti con quello che riuscivo a percepire con gli occhi di ragazzo e quello che percepisco oggi.
Non saprei dire se la gente ha lo stesso trascinamento per la fede di allora.
Infatti già in quegli anni si manifestava una certa "moda" della scampagnata in montagna che si sovrapponeva al pellegrinaggio vero e proprio.

Quello che sicuramente non percepivo da ragazzo erano le ragioni per cui un fedele proveniente da Rotondella, Policoro, Castrovillari, Villapiana o Rotonda si inerpicasse fino quassù per venerare una statua.Ma in chiesa guardando i volti della gente al cospetto della statua, a volte piangenti, si percepisce quel bisogno di protezione e sostegno che solo ad una entità soprannaturale si può chiedere.
Probabilmente per molti la Madonna è una sorta di supersorella, superamica, supermamma a cui confidare l'inconfidabile, confessare i segreti più profondi, cercare conforto per le tragedie personali.Ma questo non è sempre vero. Lo si vede nella gioia con cui alcune persone si impegnano a cantare canzoni di ingenua "simpatia" alla Madonna o nello zelante impegno dei zampognari, calabresi e lucani, che tentano di intonare una nenia prima di essere azzittati dal sacrestano.
E che dire della Processione? Ognuno partecipa a suo modo: c'è chi prega, chi canta, chi balla la tarantella, chi suona, chi offre da mangiare e chi porta la statua. Altrove questa promiscua esplosione di espressione religiosa verrebbe contrastata e inibita.
Un sessantenne signore di Sanseverino mi racconta alcuni aneddoti della sua giovinezza alla festa e mi resta impresso il "ragliare contemporaneo di centinaia di asini".
Proprio come dice Norman Douglas in "Old Calabria": "duemila persone si accampano intorno alla cappella, con un enorme esercito di muli e asini, i cui ragli si mischiano alle musiche pastorali delle zampogne…"
Oggi gli accampamenti non sono più di baracche in verdi frasche di faggio, ma di tecnicissime tende blu, e gli asini sono stati sostituiti dalle auto.
Questo si traduce in una festa più "frettolosa". C'è chi arriva e va via in giornata. Con l'asino e a piedi questo non succedeva: la festa era più meditata, più vissuta e forse anche la "devozione" era maggiore, considerando i sacrifici richiesti per raggiungere il Santuario.
Ho scoperto che la gente si avvicina alla statua della Madonna spesso con un fazzoletto e pratica un gesto che sembra di spolvero. Pare che in questo modo il fazzoletto porti con se un potere taumaturgico evidentemente attribuito alla Madonna.
Ma ho visto anche gente strofinare sulla statua oggetti di vario tipo e addirittura un cellulare. Il gesto è del tutto comprensibile, se si considera che questo nuovissimo strumento di comunicazione ci tiene in contatto con il mondo, con i parenti più stretti e lontani, con la ragazza o il ragazzo, e attraverso di esso passano tutte le ansie, le aspettative, le belle e le brutte notizie.
Il Santuario si presenta semplice e spoglio di ornamenti. Non si usano più e sono scomparsi gli ex-voto in cera raffiguranti parti anatomiche del corpo guarite, per intercessione della Madonna: una forma antichissima di venerazione risalente secondo N. Douglas al Neolitico. Se ne può vedere ancora qualcuno nella Cappella del Purgatorio a Laino Borgo.
La festa termina con la Domenica. Il Santuario che ne custodisce la Statua resta aperto tutti i giorni fino a Settembre quando la statua verrà riportata a Sanseverino.
Ma il giorno dopo l'area dove si sono accampati i fedeli sembra un campo di battaglia: spazzatura di tutti i generi ricoprono il prato o sono malamente raccolti e nascosti tra i cespugli.
Bisognerebbe organizzare un sistema di vigilanza e raccolta dei rifiuti serio. Capitare al Santuario in quelle condizioni è uno spettacolo che non fa onore ad una località mistica e paesaggisticamente di valore inserita in un Parco Nazionale. Aggiungi a questo il degrado dei fabbricati come il Rifugio e gli altri vicini: non è proprio una bella cartolina.
Un qualsiasi visitatore che capitasse lì nei giorni successivi si farebbe un'idea negativa della festa e dei partecipanti. Meglio non lasciare tracce per conservare la magia nascosta nei canti, nei balli, nelle libagioni e nelle orazioni.
Tutte le autorità si dovrebbero impegnare nella cura di questa località, i sacerdoti, in primis, per l'evidente autorità morale che hanno sui fedeli.

[youtube]http://it.youtube.com/watch?v=Y4I5CFFTVDg[/youtube]

mercoledì 7 agosto 2002

Rotonda: Piccola scoperta archeologica

In un giorno qualsiasi di giugno passeggiando per le vie del centro storico con un amico, abbiamo imboccato un vicolo che non avevo mai percorso. Così scopriamo nuovi scorci di un paese che si riteneva conoscere come le proprie tasche.
Il vicolo ci ha portato fuori dall’abitato, nelle zone rupestri del colle di Rotonda che per esposizione a Nord-est non furono mai edificate per millenni a causa della non felice esposizione solare.
Osservando, come sempre mi piace fare, le rocce e le pietre dei muretti a secco alla ricerca di qualche segno, fossile, piantina, insetti o altri animali, ecco una sorpresa inaspettata.
In prossimità di una probabile vecchia cava di pietre un’incisione. Si tratta di una sorta di graffito raffigurante una croce posta su una base triangolare. La croce è contenuta in una figura, sempre incisa, “a forma di casa” con tre piccole croci poste due sui bordi del “tetto” e una sul colmo. Il tutto di circa 20 cm d’altezza e 10 di base.
La posizione e il contesto farebbero pensare ad una croce posta all’ingresso di una grotta, successivamente alterata dall’attività estrattiva di pietre da costruzione o semplicemente per ampliare il fondo privato.
Alcuni giorni dopo ritorno nella stessa località per documentare con foto la scoperta. Alcuni ragazzi che abitano nei pressi mi chiedono dove sto andando. Quando glielo spiego, vengo accolto da un coro di incredulità: mi dicono di esserci cresciuti in questo posto e di non aver mai visto niente del genere. La cosa assume il tono della scommessa: se la trovo mi offriranno da bere.
La scommessa volge a mio sfavore nell’incertezza della localizzazione, mentre un signore che ha una piccola abitazione quasi di fronte al graffito, dice di non aver mai visto “croci” da queste parti.
Ma alla fine, con tanta meraviglia di tutti, la ritrovo. E così mi viene svelato dallo stesso signore che non lontano da qui ce n’era un'altra che è stata occultata dalla costruzione di un muro a secco e che quella località veniva chiamata in passato “Croci”.
Secondo Luciano Longo di Castelluccio Inferiore, amico appassionato di storia e archeologia della Valle del Mercure, probabilmente sono da farsi risalire ad un periodo che va dal VIII al XI sec. d.C. quando nella Valle del Mercure si insediarono monaci provenienti dall’Asia Minore e dalla Sicilia che diedero vita ad una delle più importanti regioni monastiche dell’Italia Meridionale: il MERCURION.
Nella Valle del Mercure così nacque una fiorente vita monastica che vedeva la convivenza di Monaci Anacoreti (che praticavano la vita eremitica in senso stretto), di Laure (comunità eremitiche riunite intorno ad un Anacoreta più importante) e di monasteri veri e propri. Secondo lo storico Biagio Cappelli nel “Chronicon Carbonense” proprio a Rotonda fino al 1704 era attivo un Monastero Basiliano di Sant’Andrea o Santa Sofia, del quale incredibilmente a Rotonda si è persa ogni traccia archeologica o storiografica.
In definitiva la piccola incisione è stata probabilmente realizzata in questo contesto storico, anche se iconograficamente diversa dalle croci incise sulle Laure che si trovano diffuse nelle grotte eremitiche della Valle del Mercure.
Adesso tocca agli organi competenti avviare un’indagine per dare una corretta attribuzione storica-iconografica e provvedere alla tutela di questa piccolo frammento della nostra storia.
A proposito, un grazie agli amici, da adesso custodi gelosi del graffito, per il vino che mi avrebbero comunque offerto: era ottimo!
Croce graffita

domenica 16 giugno 2002

La "Ndenna" di Castelsaraceno

Domenica 16 giugno pomeriggio passeggiando per i vicoli di Castelsaraceno incontriamo un'anziana signora che ci chiede di chi siamo parenti. Spieghiamo che veniamo da Rotonda e tra una parola e l'altra ci chiede di indovinare quanti anni ha. Sparo 80 (sapendo di sbagliare) e mi dice prontamente e lucidamente di aggiungerne altri 13. Ci chiede cosa facciamo da queste parti. Alla risposta "siamo venuti per la festa" ci chiede immediatamente "vase portato u fucile pe sparà?" No, il fucile non l'abbiamo portato. Siamo venuti qua per vedere un "last act" della festa dell'albero che a Rotonda non si fa più da decenni. Qui l'albero, di faggio, si chiama "Ndenna" e la cima, di verdeggiante pino, "Gonocchia" o qualcosa di simile.Sulla "Gonocchia" si appendono "i Tacchi", tavolette di legno con iscritto sopra i premi corrispondenti: si va dalla pecora, alla bevuta al bar, al litro di olio per la macchina offerto dal meccanico.

Assistiamo alle fasi dell'innalzamento con un po' di sarcasmo. Quanti " 1, 2 e 3" senza che l'albero faccia un metro. A Rotonda ci sono i Caporali, i loro "Ooooh Forzaaaaaa!" sono più efficaci: sono comandi da rispettare con rigore altrimenti fuori. Sembra che qui manchi un'autorità vera e propria che inciti gli uomini a compiere il lavoro.

Nel frattempo arrivano ad uno ad uno "i cacciatori" con uno o due fucili in mano. Si presentano a chi raccoglie le iscrizioni, pagano la loro offerta che gli da diritto a sparare due soli colpi. I fucili vengono raccolti in un garage ben vigilato dai Carabinieri. Lo sfottò ai cacciatori o tra i cacciatori è forse il "tiro al bersaglio" che diverte di più.

Conosco così Zio Domenico di Sarconi, un non troppo anziano signore che non manca alla festa da trenta anni. Si chiacchiera un po', ci scambiamo gli indirizzi e m'invita ad andare a mangiare i Fagioli di Sarconi e io ovviamente lo invito a venire a mangiare i Fagioli di Rotonda. Altro che sparatorie sai che bombardamenti!

Nel frattempo la "Ndenna" è in piedi. Si fa la conta per stabilire il turno di sparo. Il primo però è per tradizione il Sindaco (che sembra non abbia mai sparato in vita sua) il secondo è il "cacciatore" più anziano, che viene sostenuto a braccia dai vigili che assistono ogni sparatore nella ricarica del fucile.

Così cominciano gli spari. Per la verità non è che abbiano grande successo. Qualche "tacco" viene preso e cade, qualche ramo della cima scende giù con o senza "Tacchi".

Un tempo pare che sulla "Gonocchia" si appendessero direttamente i premi "dal vivo". Finché si trattava di un prosciutto o di un formaggio andava bene. Ma quando si trattava di polli e capretti? Spruzzi sanguinolenti bagnavano la piazza in uno spettacolo cruento e orrido. Per fortuna o che peccato a seconda dei punti di vista adesso non si fa più.

I cori di sfottò accompagnano gli spari uno per uno.

Immediatamente dopo che l'ultimo sparo echeggia nell'aria, alcuni giovani ragazzi corrono verso la "Ndenna" e cominciano l'arrampicata, prima uno e poi l'altro per sostenerlo. Se arriva su, i premi non presi dai cacciatori saranno i loro. Ci riescono mentre tutti col naso all'in su incitano o trattengono il respiro.

Le tradizioni vanno e vengono. Sono come l'influenza. Forse un giorno smetteranno di sparare a Castelsaraceno e ricominceranno a Rotonda. La tradizione di sparare per motivi "tecnologici" è nata sicuramente successivamente al rito dell'albero. Forse è solo una "innovazione" dell'ultimo secolo. Forse era il contrario di quanto avviene oggi. Si sparavano i premi quando non venivano presi dai salitori. Era la vittoria di un mezzo tecnologico sulla nuda forza dell'uomo.

Pensare alla "reintroduzione" di questa tradizione a Rotonda mi lascia il dubbio che non si debba fare. Lo "sparare" potrebbe essere stato solo un evento temporaneo in un contesto che ha radici molto più antiche. Forse ci dispiacerebbe troppo sforacchiare di piombo la chioma della nostra "Rocca", dopo quattro giorni di fatica per portarla in paese bella e verde profumante di Pollino.

A dimenticavo… Castelsaraceno e il suo paesaggio sono belli e anche qui la gente è cordiale e simpatica: in Lucania non ci si sbaglia mai!

domenica 5 maggio 2002

Apollo e il Pollino

Pare che il nome Pollino derivi da Mons Apollineum, cioè Monte di Apollo. Questa teoria si potrebbe spiegare immaginando il Pollino come l’Olimpo della Magna Grecia. Il massiccio è visibile a distanza da tutto il Mar Jonio e non è improbabile che i greci lo abbiano eletto a dimora di questo importante Dio.
Ma ci sono anche altre spiegazioni di carattere etimologico. Pollino potrebbe derivare dal verbo latino "polleo" che vuol dire “crescere”, intendendo con questo verbo una località dove “crescono” si riproducono o “nascono” sorgenti, animali domestici e selvatici e una gran quantità di erbe officinali e frutti di bosco. In poche parole tutte quelle essenziali risorse naturali “addomesticate” di cui si aveva bisogno allora per vivere: animali e vegetali di cui nutrirsi, erbe officinali con cui curarsi, acqua abbondante per bere. Se pensiamo alla transumanza che si concludeva in autunno con un grandioso flusso dai monti di giovani animali, non si può assolutamente dare torto a questa ipotesi.

Questa ipotesi è anche, a mio avviso, confermata da alcuni termini tuttora utilizzati nei nostri dialetti. Infatti Puddrìno (=Pollino) contiene la stessa radice etimologica di puddrù (=uccello), di puddrìtru (=puledro di asino o cavallo). Anche il termine pulivìno (=semenzaio), riferito a giovani piantine, in passato poteva anche significare una località dove venivano allevati giovani animali, così come oggi il termine “vivaio” viene utilizzato per indicare le squadre giovanili dove si “allevano” i nuovi campioni. Ma anche Pollone (=giovane germoglio), Polla (=risorgiva d’acqua), Pollo (che deriva da Pullus (=uccello), hanno come denominatore comune un atto di nascita, di crescita o uno status di giovanilità.

Quindi dovremmo (con dispiacere) scartare la bella ipotesi del Monte di Apollo, se non analizzassimo la figura di Apollo.

Latona partorì due gemelli, concepiti con Zeus, Apollo e Artemide, con l’aiuto di Ifizia la Dea delle nascite (un parto gemellare è simbolo di fertilità). Apollo stesso ebbe numerosi figli. Apollo fu allevato dagli Iperborei nel loro paese e d’inverno si ritira presso di loro: essi sono longevi, gentili e vivono all’aria aperta e si spostano nell’aria (cosa c’è di più aereo di un’alta montagna che si erge sul mare?) Zeus per ben due volte lo condannò a lavorare come bovaro, dove fece prosperare il bestiame. Fu definito come il “dio della vita, della salute, amico dei giovani forti e belli”, ma esso stesso era “l’eterno ragazzo” dal corpo mai ricoperto di peli. Segue i giovani nelle loro avventure e nei periodi in cui venivano allontanati dalle città affinché facessero esperienze di vita indipendente.Rifiutato in amore sia perché sempre peregrinante sia perché condannato all’eterna giovinezza.Infine sotto la sua custodia prosperano greggi e colture. Le sementi non vengono danneggiate dalle malattie, dai topi e dalle cavallette.

Io credo che le due ipotesi siano del tutto conciliabili. Il Pollino (come Apollo) era una “montagna incubatrice” di nuova vita, custode di greggi e mandrie, rifugio di giovani erranti pastori che lontani dalla “mal aria” e dai riverberi solari delle pianure si mantenevano sani e virili, vivaio di utili piante officinali, generoso padre di ricche risorgive d’acqua.
In poche parole: il Pollino "è" Apollo!

martedì 9 aprile 2002

Val D'Agri: tra ruderi, petrolio, pecore e lupi

Ogni volta che da Rotonda vado verso Nord, attraverso un lembo di Calabria, e puntualmente un bel cartello dell’APT mi ricorda con un Benvenuto in Basilicata quanto siamo poco Basilicatesi noi Rotondesi.

Perchè Basilicatesi? Perché per andare in Basilicata noi di Rotonda siamo costretti anche ad attraversare il Vallo di Diano (provincia di Salerno) e questa terra è Lucania: non posso quindi affermare di non sentirmi Lucano. Per fortuna è Domenica.
Il Venerdì nei pressi di Castelluccio Inf. mi avrebbero costretto ad attraversare l’abitato, per evitare il mercato che fanno sulla nuova strada provinciale a scorrimento veloce: mi chiedo perché non lo fanno direttamente sull’autostrada SA-RC, sarebbe ancora più comodo per fare spesa.
Mi ritrovo sulla bella larga strada di Cogliandrino, improvvisamente tagliata trasversalmente da una strada principale stretta e piena di buche che ha diritto di precedenza. Lo stop sembra disegnato per i non vedenti: tanto non lo vede nessuno! Inchiodata paurosa con il rischio di caricarmi sulla macchina un gregge di pecore. Le buche? Ho perso il conto. Finalmente arrivo a Grumento.
Indicazioni per il Parco Archeologico tante, ma quella più importante, l’ultima, la vedi solo dopo che hai già attraversato l’incrocio.
Torno indietro dopo aver cercato una piazzola per fare inversione. Il Museo conserva oggetti straordinari. Oltre a vari tipi di contenitori provenienti da tutto il mediterraneo e ad alcune piccole e belle statue di divinità femminili, il pezzo forte è una mano appartenente ad una statua colossale che doveva essere alta più di 5 metri: il Colosso di Grumentum (solo a pensarci mi viene un brivido alla schiena).
Peccato: i testi pesantissimi da leggere e le illustrazioni poco comunicative. Per non parlare dei custodi, per i quali soffro a pelle di un odio viscerale. Vorrei che nei musei lavorassero figure professionali capaci anche di spiegare qualcosa, di guidare un gruppo di turisti alla conoscenza di questi tesori.

E invece? Quanto costa il biglietto? A che ora chiude? Dov’è il bagno? Fine delle domande consentite
. Il Parco Archeologico: che bello avere una piccola Pompei vicino casa. I resti dei Templi, Il Teatro e L’Anfiteatro, due edifici termali: grandioso.
Certo che 2000 anni fa agli svaghi ci pensavano. A Rotonda ancora oggi non sono stati capaci di realizzare neanche uno scivolo, un’altalena e una giostra per bambini: poi si chiedono perchè calano le nascite. Nel Foro incontro un pastore e le sue trecento pecore. Mi invita ad andare anche laggiù e quindi mi spiega che il parco è diviso in tre aree separate (il custode forse è sordomuto?).

Uno scambio di battute sul colore delle sue pecore (sono sporche o sono scure? Perché da te come sono?), avvia una cordiale conversazione. Mi spiega che lui pascola lì da molti anni e che paga l’affitto (circa 120.000 lire al mese, in euro sempre 120.000 lire sono). Io obietto: ma scusa sfalci l’erba e ti fanno pagare?
Sorridendo mi dice che, in effetti, un tempo c’era una cooperativa che faceva questo lavoro. Ci salutiamo e mi ringrazia per avergli dedicato un po’ di tempo: Fa bene rinfrescarsi il cervello ogni tanto mi dice. La cosa mi fa immensamente piacere.
Esco dal Parco e proseguo verso Viggiano. Arrivato al Centro Oli mi fermo a fare una foto alla torre d’acciaio sovrastata dalla fiammella olimpionica che arde anche se l’anfiteatro è da due millenni che non ospita più i giochi. Mi faccio anche una foto con l’autoscatto. Ad un certo punto si avvicina un fuoristrada dell’AGIP. L’autista mi osserva.
Io penso che ce l’abbia con me per via della foto. Mi infilo in macchina, ripongo la macchina fotografica e parto lentamente come se niente fosse. Lo osservo dallo specchietto retrovisore, lui riparte ritornando verso il Centro Oli. Io per avere una conferma che fosse lì per me, tiro fuori la mano dal finestrino con il pugno chiuso. Purtroppo il mio dito medio involontariamente resta aperto: lui frena, io accelero e mi allontano velocemente. Mi viene in mente la Nigeria: tempo fa impiccarono alcuni oppositori ai progetti di sfruttamento petrolifero del regime. Ma in Italia è diverso: molti oppositori hanno barattato un bel posto di lavoro con l’anima. Scopro che a Viggiano i cartelli stradali sono stati installati solo per chi proviene dall’altra direzione. Non capisco se sono solo per i residenti, per tenere lontani i forestieri o se sono stati pagati dall’Eni per dirottare la gente solo in alcune direzioni. Salgo su in montagna e raggiungo il Centro Residenziale la Fontana dei Pastori.
ùA confronto il vicino e piccolo Museo del Lupo sembra Davide che combatte contro Golia. Qui trovo in distribuzione un bel supplemento sulla Basilicata di una nota rivista naturalistica. All’interno una inchiesta "l'oro nero" e un bel po’ di pagine pubblicitarie dell’ENI.

Qui l’aria puzza ma non è solo una metafora. Mi rinfranco lo spirito ammirando il panorama, dalla cadente e orrenda piattaforma del tiro al piattello, verso i monti Sirino e Alpi innevati e la verde Val D’Agri. Il tormentone del giorno: ai bar per un bicchiere d’acqua mi raccomando che non sia del rubinetto.La sera davanti all’albergo incontro due militari (si e no ventenni) in divisa e armati fino ai denti. Mi chiedono una sigaretta. Gli chiedo cosa ci facciano qua. Sono di vigilanza ai pozzi per via della crisi terroristica. Mi andrebbe di chiedergli come dovrebbero reagire in caso di un attentato terroristico. Ma non lo faccio. Tanto non lo sanno neanche loro. Nel paese della moda anche l’esercito ha bisogno di sfilare per mostrare le nuove divise. Durante la notte un chiarore irreale avvolge la Val D’Agri, sembra di essere in un film di fantascienza.

Andateci in Val d’Agri, non lasciatela sola, la gente è cordiale, Il cibo è buono, il paesaggio è bello (sembra la Svizzera dicono tutti) e in fondo l’aria che respirate nelle vostre città non è più pulita di questa.




martedì 12 marzo 2002

Laino Borgo: La Giudaica

"La Giudaica" è una rappresentazione teatrale itinerante che si svolge per le vie dell'antico centro di Laino Borgo, riguardante il dramma del Processo e della Crocifissione di Gesù.
Questa peculiare forma di espressione teatrale popolare trae origine da un manoscritto anonimo del 1600 e viene rappresentata ogni due anni, dalla prima edizione fino ad oggi, con una sola breve sospensione nel 1892.
Alla rappresentazione partecipano almeno 150 attori e comparse in costumi d'epoca di notevole fattura. L'alto livello interpretativo fa pensare ad una genetica predisposizione alla recitazione dei cittadini Lainesi: praticamente ogni famiglia di Laino Borgo è direttamente o indirettamente coinvolta nella preparazione e nella realizzazione della manifestazione.
Probabilmente in passato "La Giudaica" si svolgeva presso il Santuario della Madonna dello Spasimo, dove Biagio Longo nel 1557, tornato da un viaggio in Terra Santa, volle rappresentare con le famose "Cappelle" i luoghi del martirio di Gesù ed in seguito venne trasferita nel centro storico.


FOTO DELLA GIUDAICA


"La Giudaica" si divide in 19 Episodi o Scene e al termine si svolge una processione verso la Chiesa Madre.

Le 19 scene che compongono il dramma sono:

1. INTRODUZIONE
2. INCONTRO DI PIETRO E GIOVANNI CON MARCO
3. ULTIMA CENA
4. SINEDRIO
5. CATTURA DI GESÙ NELL'ORTO DEGLI ULIVI
6. GESÙ DA ANNA
7. GESÙ DA CAIFAS (SINEDRIO)
8. PENTIMENTO DI PIETRO
9. PENTIMENTO DI GIUDA
10. DA PILATO

Pausa Pranzo
11. DA ERODE
12. RITORNO DA PILATO
13. LA FLAGELLAZIONE
14. GESÙ VIENE RIPORTATO DA PILATO
15. 1° CADUTA DI GESÙ - INCONTRO CON LA MADONNA
16. 2° CADUTA DI GESÙ - INCONTRO CON LA VERONICA
17. 3° CADUTA DI GESÙ - IL CIRENEO E' OBBLIGATO A CARICARSI DELLA CROCE
18. CROCEFISSIONE
19. DEPOSIZIONE DEL CRISTO

domenica 17 febbraio 2002

I Draghi del Pollino

Norman Douglas è uno scrittore inglese che all'inizio del secolo ha compiuto un viaggio partendo dalla Puglia fino a Messina, attraversando Basilicata e Calabria e soffermandosi anche sul Pollino. Durante questo viaggio, in località poco note, ha raccolto numerose annotazioni di carattere storico, artistico e antropologico, con un punto di vista molto "inglese" ma efficacemente descrittive e per alcuni versi anche molto attuali quando si parla della condizione socio-culturale delle genti del sud. Questo suo viaggio è documentato in un fantastico libro "Old Calabria", che consiglio a tutti di leggere.
Il capitolo XIV, "i Draghi", mi ha particolarmente colpito: con una piccola anticipazione alla fine del capitolo precedente, N. Douglas si avventura in una fantastica ricerca sulla simbologia del drago nelle culture umane.
Secondo l'autore, i draghi rappresentano nell'immaginario umano, spesso belve che vivono nel sottosuolo.
Se il drago vive sottoterra, le acque che scorrono sulla superficie della terra non sono altro che draghi usciti all'esterno. Basta pensare al drago sputafuoco per associare quest'immagine a quella di una sorgente termale con i suoi sbuffi di vapore. Oppure al corso meandriforme dei fiumi che ricorda, quando non costretti da opere di contenimento umane, il movimento sinuoso di un rettile. Se poi questi hanno regimi irregolari ed impetuosi e sono capaci di produrre distruzioni e catastrofi con perdite di vite umane, ecco che il drago diventa una belva pericolosa, forte e incontenibile contro il quale l'uomo deve difendersi con caparbietà e tenacia.
Un piccolo specchio d'acqua, una sorgente, diventano l'occhio di un drago che ci osserva con quella fissità tipica dei rettili, ricordando che in greco "dràkon" e "ophis" (serpente) sono anche la radice etimologica di osservare, guardare, occhio.
Una conferma di quanto dice il Douglas l'ho avuta visitando a Castel San Felice di Narco, in Umbria, una delle più belle chiese romaniche d'Italia (forse sconosciuta al Douglas): in un bassorilievo è ricordata l'opera di bonifica e contenimento del fiume Nera da parte dei Frati Benedettini avvenuta nel XII sec. rappresentata proprio come la lotta contro un mostruoso drago.

Anche in una antica favola cinese si parla di una località dove il drago aveva inghiottito il sole (la nebbia provocata da una grande palude) e solo con la bonifica il drago fu ucciso e il sole ricomparve.
I nostro vecchi contadini irrigavano conducendo un piccolo corpo d'acqua sui campi. A volte con un guizzo rapido l'acqua, proprio come un rettile, apriva una cavità nei porosi terreni di origine carsica, anche molto profonda, e si inabissava provocando grande spavento.
In provincia di Terni il ramarro (un "piccolo drago") viene comunemente chiamato "rago" a conferma che la trasformazione dell'etimo da "drago" a "rago" è comune anche lontano dalle nostre terre.
Mi vengono in mente alcuni toponimi del Pollino come Raganello, Racanello (castelsaraceno), Colle del Dragone, Vallone del Rago, che hanno come origine sicuramente l'etimo "dràkon" con la perdita della "d" o attraverso il rafforzamento della "r".
Questi toponimi sono associati a corsi d'acqua impetuosi o meandriformi, così come in prossimità del Colle del Dragone (italianizzazione di Ragone?) prende origine in occasione di forti temporali estivi un impetuoso e selvaggio rivolo d'acqua: un DRAGO... appunto!
Lago temporaneo a Piano Ruggio

lunedì 14 gennaio 2002

Una telefonata prima di morire

Quando lei mi lasciò, le dissi di non chiamarmi, mai più.
Niente telefonate, niente sms, niente, nulla, salvo che non fosse per qualcosa di importante.
Ma veramente importante.
Cosa intendessi per importante non era molto chiaro.
Forse dicendolo non intendevo seriamente, non intendevo qualcosa di estremamente importante.
In fondo sentire ancora la sua dolce voce, fosse stato anche per una banalità, non mi sarebbe dispiaciuto.
La sua stonata voce, dal vago accento straniero, era musica per le mie orecchie. La consapevolezza di non sentirla più, per tutta la mia vita era un forte colpo al cuore, un nodo pesante alla gola.
Ma era necessario che io mi abituassi a farne a meno.
Così decisi di cancellare tutti i numeri di lei, da ogni rubrica, ormai li conoscevo a memoria ma col tempo li avrei dimenticati.
Nulla mi avrebbe dovuto dare la tentazione di chiamarla.
La mia assenza nella vita di lei doveva scendere gelida, come la morte di un vecchio parente lontano: tanto più passa il tempo e tanto più l’assenza di notizie è sinonimo di decesso.
Se c’era dolore, se io ero un vuoto nella sua vita, doveva essere quanto più profondo si possa immaginare.
Cancellai i suoi numeri registrati sul cellulare.
Certo, li conoscevo a memoria, ma ogni volta che lei chiamava, il solo apparire del suo nome era già un’emozione e mi provocava un fremito lungo tutto il mio corpo.
L’averli cancellati era un gesto definitivo, risolutivo, conclusivo.
Era la consapevolezza che non mi sarebbero mai più serviti.
Era la certezza assoluta che non ne avrei mai più avuto bisogno.
Per tutta la mia vita per sempre.
Era la certezza che il mio e il di lei mondo sarebbero stati da allora sempre divisi. La certezza che forse pur percorrendo le stesse strade, sarebbero state percorse in tempi diversi, in direzioni diverse.
Uno all’insaputa dei movimenti dell’altro.
Ma cancellare il suo nome in rubrica, significava anche non avere pregiudizi, non recitare, non tentennare, nel caso lei, per un motivo qualsiasi chiamasse.
Poteva essere utile per rispondere senza paure, ad un numero che da quel momento sarebbe stato un numero qualsiasi, di una persona qualsiasi.
Se lei avesse chiamato avrei risposto con assoluta naturalezza "chi è?".
Non sarebbe stata una risposta preparata, pensata e meditata.
Non volevo che il "chi è?", per quanto fosse fatto bene, contenesse una quantità di energia psichica immensa, un preparativo anche se di soli pochi secondi, da farne capire la sua artificiosità.
E così riposi il mio cellulare là dove ero abituato a portarlo sempre: nel taschino della camicia.
A sinistra, proprio all’altezza del cuore.
Passarono anni.
Lei era ormai un pensiero che ogni tanto andava e veniva quando facevo cose che un tempo facevamo insieme.
Chissà quante volte avevo cancellato e registrato nuovi numeri e nomi in rubrica. Chissà quanta gente era passata nella mia vita.
Non ricordo neanche quanti cellulari dopo, sempre più nuovi e tecnologici.
Un giorno, un giorno qualsiasi, in quell’infinitamente piccolo intervallo di tempo che intercorre tra la ricezione del segnale e lo squillo, mi accorsi di una chiamata in arrivo e alla mente mi balenò un solo rapido pensiero chi sarà?
Non feci in tempo a finire il pensiero e a sentire lo squillo che le onde elettromagnetiche del telefono mi provocarono una fitta profonda nel petto.
Giù fino al cuore, un dolore infinitamente grande.
Stramazzai a terra, senza neanche piegarmi sulle ginocchia.
La faccia nel fango, l’odore della terra bagnata, fu l’ultima mia sensazione olfattiva. Gli occhi spalancati a chiedere aiuto era l’unico movimento che fossi stato capace di fare.
Avevo davanti il telefonino che mi era scivolato dal taschino.
Il display illuminato lampeggiava, ingigantito dalla prospettiva.
L’ultimo pensiero non andò a lei in quanto tale, ma a come in quel momento avrei potuto dire "chi è?" nel modo più naturale possibile.
Anche perché oltre al nome "Nicole Kidman" apparve anche una scritta che diceva "CREPA STRONZO!"